Il dio delle piccole cose di Arundhati Roy

06 Febbraio 2020

Il dio delle piccole cose - Arundhati Roy - copertina

A breve la recensione

Autore

Arundhati Roy (nata ad Assam nel 1961) è una scrittrice, saggista e attivista indiana. Ha esordito sulla scena letteraria nel 1997 con il romanzo d’ispirazione autobiografica Il dio delle piccole cose (The god of small things, vincitore del Booker Prize), ambientato nel Kerala degli anni ’70, dove convivono intoccabili, comunisti, indù, cattolici, intellettuali, turisti e imprenditori; attraverso le vicende di una famiglia la narrazione ricostruisce quelle più generali di una nazione, le tradizioni culturali e i cambiamenti portati dal contatto con l’Occidente, e spostandosi di continuo dal presente al passato assume tratti epici. Il suo secondo romanzo è Il mistero della suprema felicità, edito nel 2017.
Indirizzatasi all’attivismo politico e pacifista, è diventata una delle voci forti del movimento anti-globalizzazione e ha pubblicato diversi saggi aspramente critici su temi socio-politici quali la crisi della democrazia, il neo-imperialismo, lo sfruttamento delle risorse e il divario fra Nord e Sud del mondo (La fine delle illusioni, 1999; Guerra è pace, War is peace, 2002; Guida all’impero per la gente comune, An ordinary person’s guide to empire, 2004; I fantasmi del capitale, Capitalism. A ghost story, 2014; Cose che si possono e non si possono dire, Things that can and cannot be said, con John Cusack, 2016; In marcia con i ribelli, 2017; Il mio cuore sedizioso, 2019). Tutti i suoi libri sono pubblicati in Italia da Guanda.


Genere: romanzo

Una Donna di Sibilla Aleramo

09 Gennaio 2020

Una donna - Sibilla Aleramo - copertina

A BREVE LA RECENSIONE.

Autore

Sibilla Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio, è stata la più importante scrittrice italiana a impegnarsi nel movimento di liberazione delle donne, sia con l’esempio della propria vita, sia attraverso scritti giornalisti, racconti e romanzi, tra cui il famoso Una donna. Ebbe una tempestosa relazione con Dino Campana.


Genere: romanzo

Un gentiluomo a Mosca di Amor Towles

05 Dicembre 2019

Un gentiluomo a Mosca - Amor Towles - copertina

Una trama originale, un libro accattivante, lo sfondo storico ben documentato, l’amabilissimo protagonista ed ecco uscir dalla fluida penna dell’autore “Un Gentiluomo a Mosca” primo riuscitissimo romanzo dello statunitense Amor Towles. E’ ambientato a Mosca, all’interno del prestigioso Hotel Metropol, lì trascorrono cinquant’anni della vita (1923-1953) del nostro protagonista, nella cornice di una Russia che sta trasformandosi nella comunista e potente Unione Sovietica. Il nostro Gentiluomo è il Conte Aleksandr Rostov, appena condannato a risiedere in vita là dove prima dimorava come ospite: il Grande Hotel Metropol, per decsione del Tribunale bolscevico – un piede fuori della porta e fucilazione assicurata essendosi “irrimediabilmente arreso alle corruzioni della sua classe sociale”. Infatti, poc’anzi, spiega tranquillamente al commissariato del Popolo che “Non è compito di un gentiluomo avere un’occupazione”. Eccolo dunque tra due guardie avviarsi accompagnato alla “prigione” assegnatogli, un bugigattolo di servizio sotto le soffitte, ben altro che la sua bella suite, arredata da preziosi mobili di famiglia, che è stato costretto ha lasciare velocemente, lo farà però con gran signo-rilità. Vi trasferisce poche cose, la sua preziosa scrivania “se un re si crea una fortezza con i castelli, un gentiluomo lo fa con una scrivania” le gambe delle quali sono oltretutto un forziere ricolmo di monete d’oro. Sarà utilissimo tesoro al momento opportuno in un futuro lontano. Ora però il Conte Aleksandr ha bisogno di riassestare la sua vita, egli è uomo di mondo, ha innata eleganza, modi e sensibilità raffinati, è un conversatore amabile e acuto, gestisce molteplici saperi- che si riveleranno pragmaticamente utili anche in questa sua nuova quotidianità. Ha viaggiato molto, non mostra nessuna alterigia di classe, sa muoversi con giusta misura e nel rispetto dell’altro chiunque esso sia; un lettore pensa non del tutto realistica la capacità democratica che l’autore gli dona perché in realtà era troppo rigido il distacco interno alla sua classe sociale. Comunque sia Rostov si rivelerà sempre e veramente Gentiluomo in ogni circostanza, fosse Sua Eccellenza Conte Rostov oppure il compagno Rostov – Maitre di Sala… Uomo intelligente, aveva da tempo accolto le parole suggeritegli dallo zio Granduca alla morte dei genitori: “se un uomo non è in grado di governare le proprie avversità allora sarebbero state le circostanze a governarlo”. C’era poi il consiglio della cara nobile nonna “in caso di sconfitta mai dare al vincitore anche soddisfazione” e infine il saggio Montaigne che suggeriva “con mezzi differenti si arriva allo stesso fine”. E a quella vita si adatta, mantenendo la propria determinazione, si dedica appieno alla questione della praticabilità grazie anche alla fortunata amicizia dell’undicenne Nina, una particolare ospite dell’Albergo, esploratrice curiosa dalla mente matematica. Lei da le “chiavi” che gli permetteranno di evadere da quella vita da recluso, oltre le pareti che confinano il suo esilio, e lui le regala perle educative, tipo “le buone maniere sono come i cioccolatini, non puoi scegliere quelli che meglio ti si adattano”, che in un primo momento non sembrano accolte, ma che radicano in lei la stima, quella che in un giorno lontano darà a Nina la forza di affidargli la sua piccola Sofja, perché solo di lui si fida. Comunque un momento di cedimento sembra arrivare lo stesso, infatti il Conte decide di farla finita allo scoccare del rito con la coppa di champagne, nel decennale della morte della cara sorella. Vuole volare giù dalla terrazza del Metropol ma poi sul tetto l’avvicinarsi del factotum e quel miele offertogli lo sorprendono, nel palato il sapore di mele gli riporta l’antico profumo degli alberi della sua amata e perduta Tenuta… e vive. Bellosguardo è il nome della proprietà che alla fine della storia andrà a rivedere ancora con estremo piacere, egli è tra i pochi che sanno “rivisitare il passato aspettandosi però che quasi ogni suo aspetto sia mutato”. Ma torniamo al Grande Albergo e agli anni che scorrono assieme alla sua vita mai vuota perché ci saranno vecchi e nuovi amici, avrà la stima nel lavoro che svolge e sarà un padre adottivo esemplare per Sonia, portandola verso la libera realizzazione di sé, ci sarà amore con Anna, e infine la grande soddisfazione per la realizzazione del progetto: lo scacco matto all’Urss – Sofja salva in un paese libero – e per l’invidioso individuo soprannominato “Alfiere” poter uscire finalmente dalla Porta del Metropol. Il compagno Alfiere – a cui non sparerà perché “quello non è un gentiluomo” – è il segno di tutto ciò che Rostov aborrisce nel cambiamento che va trasformano il suo Paese. Questo, inizialmente solo cameriere ottuso e ignorante, non sa nemmeno suggerire il vino adatto, propedeutico al nascere di un amore e , orrore! sud-divide il vino in due sole categorie: rosso e bianco, sancendo in tal modo la vittoria di ciò “che è mediocre e senza identità”; mentre è proprio nella bottiglia di vino l’esemplificazione dell’Essenza: “il lavorio della sua estrema distillazione nel tempo e nello spazio“ che porta a “l’espressione poetica della individualità” metafora della preziosa individuale crescita umana. Eppure quest’uomo è arrivato alla designazione di Direttore del Metropol, ovviamente perché adatto e di comodo al Partito. Assieme a lui tanti altri personaggi entrano ed escono nel Grande Albergo, sempre gradito luogo d’incontro. Qui vi è passato e vi passa ancora il Paese che cambia tanto velocemente quasi come avvenne per la trasmutazione genetica delle ormai scure falene della città carbonifera Manchester, se ne rende conto anche il Maitre Rostov “tutto è ormai dietro di lui”. Un solo aspetto rimane, incredibilmente è la gerarchia, sì perché la nuova U.R.S.S. stessa è la “Gerarchia di tutte le gerarchie”. Noi sappiamo dei cambiamenti che lo stalinismo sovietico instaura attraverso i personaggi che incrocia-no il nostro Gentiluomo. C’è chi racconta di due paesi stranamente fratelli, USA e URSS, poiché ambedue sono rinati mettendo da parte il loro passato, il primo mettendo il Potere “al servizio del loro amato individualismo” e l’altro per il bene del suo Popolo, nel fondo del quale però vi è un’ anima russa che ospita il seme rifiorente dell’autodistruzione. Conosciamo anche l’amara disillusione di Miska, il fraterno amico del Conte dai tempi dell’università, membro idealista dell’Associazione Russa degli scrittori proletari, quando si scontra con la censura grottesca del Partito che ammette solo il realismo socialista come unica forma d’arte e non accetta nessun’altra narrazione – non si può tradurre Checov che parla della bontà del pane svizzero – , la sua ribellione lo porta dritto al Lager correttivo. Tramite Nina “anima seria alla ricerca d’idee serie di cui occuparsi” e al suo lealismo al partito, intravvediamo la collettivizzazione agraria in Ucraina, il tradimento feroce di Stalin che avvia anche suo marito in Siberia. E lei a seguirlo perché ora nel suo cuore alberga la tenerezza – non farà più ritorno – affidando la sua bimba ,figlia di un traditore, al Conte. E il nostro Gentiluomo fa il padre, ama una donna e – nonostante il meschino ‘Alfiere‘, ormai divenuto puntiglioso Direttore – lavora con piacere al Bojarskij. Con Andrej, il maitre, ed Emile, lo chef, s’è creato un Triunvirato di lavoro e amicizia. Il ristorante, ora frequentato dai magnati della Politica, resta di buon livello grazie alla perspicacia e bravura di Emile, il cuoco. C’è poi la ventennale frequentazione con Osip Ivanovic, funzionario del Cremlino per il sistema di sicurezza del Paese, che a lui s’era rivolto per lezioni di lingue e per sviluppare certe abilità diplomatiche. Lezioni seguite poi da serate cinematografiche di amati film americani a voce criticati e con il corpo emotivamente e gioiosamente rivissuti perché sempre “si desidera dare un’occhiata a un altro modo di vivere”. Ed è con lui che il nostro Gentiluomo vede e comprende la forza che sta in quel bicchiere semplicemente raddrizzato dalla mano di Rick (H.Bogart) in Casablanca. E’ invece al Bar dell’Albergo, dopo l’apertura e il ritorno dei corrispondenti stranieri, che nasce l’importante amicizia – bicchieri in mano e profonde riflessioni – con il britannico Richard – sono fratelli d’anima – ed è attraverso di lui che il Conte raddrizzerà “il suo bicchiere” in quei fogli scuciti dalla sacca che Sofja ha portato: l’elenco dei partecipanti e la descrizione della cena congiunta del Consiglio dei Ministri e del politico Chruscev. Anche in un piccolo gesto -come Bogart in Casablanca- si dimostra che non si è indifferenti alla disarmonia del mondo che l’essere umano Il finale della storia è perfetto, forse un po’ troppo, ma ci lascia soddisfatti e sorridenti perché con capacità organizzativa, preveggente e minuziosa, a volte divertente, il sempre Gentiluomo Rostov ha realizzato i suoi progetti: Sofja è a Parigi da Richard con il futuro aperto alla sua carriera di pianista mentre lui, libero, va a incontrare Anna, donna ormai dai capelli grigi, bellissima e altezzosa attrice al loro primo incontro, in realtà donna schietta, forte, pragmatica e dalla popolare fascinosa naturalezza, la sua compagna di vita.

Autore

Amor Towles è nato a Boston nel 1964. Si è laureato a Yale e ha conseguito un dottorato in letteratura inglese a Stanford. È un grande appassionato di storia dell’arte, soprattutto della pittura di inizio Novecento, e di musica jazz. Vive a Manhattan con la moglie e i due figli.

Dopo La buona società, il suo primo romanzo, ha pubblicato nel 2017 con Neri Pozza Un gentiluomo a Mosca.


Genere: romanzo

La guerra non ha un volto di donna di Svetlana Aleksievic

07 Novembre 2019

La guerra non ha un volto di donna. L'epopea delle donne sovietiche nella seconda guerra mondiale - Svetlana Aleksievic - copertina

La guerra non ha volto di donna,  della scrittrice premio Nobel Svetlana Aleksievic, è un libro intenso, doloroso  e diverso. Dopo l’esplicativo e splendido prologo  dell’autrice  ci sono pagine di ascoltata verità,  tenute  a lungo racchiuse  entro scrigni di donne. Donne sovietiche, formate, modellate dal socialismo staliniano e  attivamente presenti  nella  Guerra Vittoriosa    contro la Germania nazista (II Guerra Mondiale). Più di un milione di donne,  delle quali molte volontarie, sono accorse  a difendere  quella  Patria che oggi più non esiste. Svetlana Aleksievic  le ha cercate e per anni, con un’attenta umanità che ispira fiducia, è riuscita ad accoglierne le  voci, ascoltando una realtà di fatti lontani, mescolati e intrisi dei sentimenti allora vissuti. Questa  la  Storia che vuole far conoscere:  un  grande puzzle fatto di vita testimoniata,  cui lei da il nome di letteratura perché “c’è poesia e letteratura nella donna che narra”. La  storia di guerra è diversa da quella che l’uomo racconta, sebbene  è al suono di parole maschili che giovanissime adolescenti – figlie di  una laica fede  per la Patria “La Madre Patria ti chiama” – hanno chiesto il fucile, hanno combattuto e ucciso. Poi le tante medaglie riposte, il lungo silenzio  e ora nei loro racconti  non nomi di battaglie  o di eroi ma lacrime e vita di allora nel pensiero di oggi. “Io ricordo solo quello che ho vissuto.  La cosa più terribile è la morte”.  La guerra uccide e le donne non la amano,  non “curano le pistole”  ma curano la vita;  per i loro  corpi femminili  la guerra è lotta faticosa (tante ricordano stupite l’immane sforzo fisico e psichico che  sono state al tempo  capaci  di sostenere), ma l’ aspetto che rende loro  “più atroce” la guerra  è la capacità di accogliere penetranti percezioni, sfumature di sentimento sottili. Questa è un’empatia che soffre, ma che sa anche cogliere  “l’odore, il calore, il sapore di dettagli che sostanziano l’esistenza”, nonostante la devastazione le donne riescono ancora a ricreare le piccole quotidiane familiarità che rendono il vivere più umano accanto alla morte. Piccole cose, gesti femminili “ci si sforzava comunque di restare sé stesse”:  ricamare fazzoletti prima dell’ordine di alzarsi in volo; un collettino bianco fatto di garze appuntato alla giubba  nel ricevere un riconoscimento al valore militare; il vestito da sposa – in un matrimonio di guerra – uscito dalle bianche bende requisite al nemico, rinunciare ai pochi grammi di zucchero in dotazione per trasformarlo in gel per i capelli ricresciuti dopo la militare  rapatura;  finalmente  la gonna militare ritagliata dai tuttofare  sacchi-tenda;  dormire una notte  intera sedute, e in testa quei i bei  cappellini  prelevati dalla  modisteria tedesca, alla fine della guerra una bella fotografia  con le decorazioni  al  petto ma assolutamente scattata in mezzo all’aiuola fiorita, e morire perché bersaglio è stato il bel fazzoletto rosso posato sul tuo collo cui  non hai rinunciato. E infine quella paura comune a tutte e solo femminile  di morire  in pose sconvenienti, impresentabili anziché posate entro una bara   e quindi  bella “come una promessa sposa”. Sì perché la bellezza conta, e il riconoscerla anche in  brevi luccichii  aiuta. Si può protrarre il proprio turno di guardia notturno per veder le stelle  e sentire all’aurora  il canto degli uccelli, o  al risveglio mattutino, prima della paura e della  battaglia gioire del cielo terso,  dell’aria frizzante e dei  colori nei campi, e se verso la fine della guerra ti raggiungono a sorpresa le note di un violino, in te   “è come il risvegliarsi da un brutto sogno”. E poi quegli  atti, quelli   che sorpassano la guerra-  non i corpo a corpo che sono prodromi di truculenta bestialità- i  gesti di sacrificio estremo e compassione umana:, il tuo bimbo che lasci scivolare nell’acqua perché il suo silenzio  salverà molti dei tuoi compagni, sotto il fuoco trasporti  un ferito   e trovi  rifugio di una buca, lì   un  soldato tedesco ferito più gravemente del tuo e tu, perché non muoia dissanguato,  subito lo fasci;  e ancora un’altra lei,  trascina alternandoli due feriti ustionati e quando si avvede che uno dei due è in realtà un  nemico continua  comunque  fino a portare entrambi in salvo, e c’è quella  mezza pagnotta che metti nelle mani di un  prigioniero tedesco- un fanciullo in lacrime  affamato  che incredulo ti guarda  e tu “sei felice di non odiare”; piangi  per gli inutili sforzi  fatti per portare a riva,  nel buio, un ferito che si rivela  essere un agonizzante  storione gigante, ma in quella vicinanza  piangi anche  per la “sofferenza  che accomuna tutti i viventi”.   La guerra non ha un volto di donna è questo quello che il titolo del libro mostra.

Un lettore  giustamente  ribadisce  che i sentimenti  di compassione e sacrificio   non sono appannaggio esclusivo  del genere femminile e nel testo  troviamo  gesti compassionevoli operati da soldati tradizionali, come del resto la guerra può  incidere profonda sofferenza  nei reduci senza distinzione di genere. Forse tra loro la differenza è nel provare sofferenza suggerita da mezzi toni o  chiaroscuri: la si sente semplicemente notando-  in un luogo dove  s’è combattuto -affiorare una piccola scarpina di  bimbo, oppure nel cercare la bellezza nella quotidianità dentro gli orrori   che una guerra dispensa. La donna “non ha sfiducia di ciò che è semplice  e umano”,  lei non “desidera sostituire alla vita la rappresentazione ideale”.

Tante le considerazioni  suscitate nei lettori dalle numerosissime testimonianze tra queste un aspetto non appartenente alla  guerra  ha incuriosito: la scolarità era più alta della nostra, ovviamente scuola di regime a indottrinamento unilaterale. Da noi  all’epoca ci si fermava alla  5^ elementare. Una scuola comune a maschi e femmine, che permetteva poi una totale apertura ad ogni attività lavorativa anche alle donne. Finalmente la   parità di genere dunque nel comunismo? Non proprio, non  del tutto. Nella  famiglia, e  nella sessualità tra  uomo e donna vigeva  ancora una diversità di valori. Lo dimostrano anche queste donne  che tornate dalla guerra, e moltissime pluridecorate, ricevono insulti e disprezzo e non  riconoscenza. Esse portano disonore nelle case, chissà cosa avranno fatto (sessualmente) in promiscuità per tanto tempo assieme agli uomini!  Ed è così  che una madre prepara un fagotto e allontana la figlia e una suocera versa lacrime di sconforto, tutte e due temono per altre figlie che difficilmente ora troveranno marito. Si è saputo di un delitto gravissimo perpetrato dallo stalinismo comunista.  Stalin continuava a non fidarsi del suo popolo – era il lager e la deportazione  correttiva ad attendere quanti fossero ritornati dalla prigionia nazista  o per quelli rimasti  nel territorio occupato dai Nazisti all’inizio della guerra  – e pensare che quei  territori erano stati  facilmente occupati perché Stalin  aveva in precedenza  soppresso tutti i migliori Ufficiali del suo esercito. C’era un ordine del padre della Sacra Patria  impartito all’inizio della guerra, uccidersi,  non dovevi cadere prigioniero e questo anche senza avere la pallottola necessaria per farlo,  se vivevi eri un traditore  dunque la deportazione e il marchio infamante esteso alla tua famiglia per questo vessata e emarginata..

Ben altra persona è Svetlana Aleksievic,  lei ha ascoltato e riportato perché della  pazzia della guerra se ne abbia orrore, ma prova affetto per queste donne  testimoni ormai di un mondo scomparso, che con purezza d’intenti hanno creduto ciecamente all’utopia  socialista  “convinte che nella vita ci fosse  qualcosa di più elevato  della loro stessa vita”. Donne che dentro le linde casette tedesche con  tendine, tovaglie bianche e  tazzine di porcellana fiorita  si chiedevano stupite perché  quel popolo avesse voluto  andare in guerra  … avevano già tutto. Stavano bene!…..era per noi difficile capire da dove venisse tutto quell’odio. Il nostro odio nei loro confronti era comprensibile ma il loro? E quante lacrime e cicatrici la guerra ha differentemente lasciato in ognuna di loro, pur nella ricomposta  quotidianità del dopo: il colore rosso bandito in  ogni cosa, la carne appesa  dal macellaio non si compra, assomiglia troppo a….; i giocattoli di guerra mai a figli e nipoti; il silenzio, la voglia di far sapere perché mai più si ripeta…; gli incubi notturni “io ho potuto uccidere un essere umano?”, “io non vedevo gli uomini mentre li uccidevo. Adesso capisco che li uccidevo lo stesso”; il grande senso di colpa che fa credere di doverla giustamente  espiare con la punizione di un  innocente,   un figlio menomato. E, se orrori e   dolori subiti ti fanno dire “non si può diventare subito buoni”, altre invece elargiscono amore  perché solo quello conta dopo la guerra…  tutti mi facevano compassione  persino i galli, i cani. Anche adesso non posso sopportare il dolore altrui. Non manca comunque lo  sconforto di  chi ha   veramente creduto, dopo   la tragedia di una guerra  vissuta in prima persona, nella  nuova bontà dell’uomo  ed è  amaramente deluso: Nulla è cambiato, le guerre vivono ancora. Per questo le donne a Svetlana parlano, vogliono che da qualche parte nel mondo si  conservi il loro grido, il loro lamento e  lei l’ha  accolto e trascritto  per aiutare a desistere al fascino oscuro della guerra,  a quella folle assurda  e orrida ripetitiva tragica  commedia, quella che sempre  rivela pienamente chi siamo.

C’è stato un campo di grano,  vi cammina una donna e guarda  ragazzi distesi, gli occhi  al cielo, le divise diverse …belli e  eguali”.E “si dispiaceva per gli uni e per gli altri

L’autrice cerca dentro la guerra  di queste   donne l’essenza di ciò che è veramente umano.

Autore

Svetlana Aleksievic è una giornalista bielorussa che ha conseguito il Premio Nobel per la Letteratura nel 2015. Per molti anni ha raccontato ai suoi connazionali gli eventi più importanti dell’Unione Sovietica della seconda metà del XX secolo. Su ognuno di questi eventi ha pubblicato anche libri, e le sue opere sono state tradotte in molte lingue, valendole fama internazionale. Esiliata dal suo paese su comando del Presidente Lukasenko, vive a Parigi.
In Italia sono usciti alcuni dei suoi scritti, tra cui Preghiera per Chernobyl (e/o edizioni, 2002, vincitore del Premio Sandro Onofri per il miglior reportage narrativo) sulle vittime della tragedia nucleare, Ragazzi di zinco (e/o edizioni, 2003) sui reduci della guerra in Afghanistan, Incantati dalla morte (e/o edizioni, 2005) sui suicidi in seguito al crollo dell’URSS, Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo (Bompiani, 2014) e Gli ultimi testimoni (Bompiani, 2016).
Nel 2013 vince il Premio Internazionale per la Pace degli editori tedeschi, ed è indicata come una delle favorite all’assegnazione del premio Nobel per la Letteratura, che vince nel 2015 con la seguente motivazione: “for her polyphonic writings, a monument to suffering and courage in our time”.

Nel 2017 esce La guerra non ha un volto di donna. L’epopea delle donne sovietiche nella seconda guerra mondiale


Genere: romanzo

Il processo di Franz Kafka

O3 Ottobre 2019

Il processo - Franz Kafka - copertina

Un mostro della letteratura – Il Processo di Franz Kafka – è l’opera narrativa dibattuta dai lettori ai primi di ottobre. Libro difficilissimo, ci lascia confusi e pervasi da un’inquietudine che è quasi ansia, perché quest’opera incompiuta, misteriosa nella sua difficile allegoria, apre sprazzi metaforici precursori di un mondo in cui  potremmo riconoscerci. Quel suo  sovrastante Tribunale ci rammenta la nostra invasiva  istituzionale burocrazia e in oggi pervaso dai media e informatica  spesso  mal usati, quelli avvocati che reclamano la stessa   umiliante servitù cerebrale dell’individuo. Un romanzo incredibile  in cui il realismo oggettivo puntiglioso percorre  un mondo buio,  abitato da persone dai comportamenti assurdi e grotteschi che noi lettori tentiamo seguendo le vicissitudini  Josef K., inutilmente di comprendere. Uomo dotato di un lucido ragionamento, improvvisamente risucchiato in un labirintico percorso verso un qualcosa di necessario, sebbene  ingiusto,  che lo porterà ad una resa cosciente e, in eredità, lascerà la vergogna di un essere annullato.

A lato di una scrittura nitida, il linguaggio è complesso, ambivalente, poche   sono le scintille che rischiarano questa lettura che ha noi sembra onirica sin  dall’inizio …. Un giorno all’improvviso irrompono nella camera da letto di Josef K. due strani agenti di polizia  per comunicargli l’arresto –con libertà di movimento- con un’accusa dal Tribunale che non gli riferiscono e non conoscono. Ci sarebbe stato un processo contro di lui. Josef K.  pensa ad un errore o ad uno  scherzo, lui è innocente, si sente tranquillo. La notizia si propaga velocemente e la situazione non va sottovalutata quando lo zio gli prospetta la possibile responsabilità sulla conseguente cattiva  reputazione familiare,  ne accetta l’offerta d’essere difeso da un  avvocato amico dello zio stesso. Tutto cambierà per Josef K.,  s’accorgerà progressivamente che tutto e tutti  sono connessi con questo Tribunale. Le sue  capacità logiche, che gli hanno permesso di diventare un ottimo funzionario di banca,  e sulle quali confida per  la sua difesa, in realtà lo danneggiano. Il Tribunale è stranamente  collocato in  solai collegati da corridoio  in cui l’ aria  è pesante,  asfittica, e che come una ragnatela  si  dirama in tutta la città. Per questo Tribunale lui è già colpevole di una  colpa mai esplicitata. Si trova talmente immerso e coinvolto nella stancante opera difensiva e  con il pensiero ossessivamente rivolto al processo, da non lasciar spazio a nient’altro. Non regge al lavoro, permettendo così a quel  pescecane del  Vice direttore di appropriarsi dei suoi clienti.  Lui tenta più strade e agganci, con  persone che bazzicano il Tribunale, perché lo aiutino a capire di più:  non è convinto del modo di procedere del suo avvocato, ma si rende sempre più cosciente che tutti quelli che lavorano per il Tribunale sono parte di un organismo piramidale, sono solo  ingranaggi e che la loro conoscenza  è settoriale,  limitata  al  proprio incarico e funzione. Tutto è lento, nebuloso, pertanto  solleva l’avvocato dall’incarico e prova a difendersi da solo, contattando tutti coloro che sembrano in qualche modo poter influenzare le decisioni del Tribunale. Non è interessato  né all’assoluzione fittizia  né al differimento,  soluzioni che gli vengono illustrate  dal pittore dei giudici e che lo lascerebbero, entrambe, comunque con la spada di Damocle di una ripresa del Processo. Dunque, non intravvedendo vie di uscita,  si rassegna e accetta  la conseguente sentenza e condanna a morte.

Molti  lettori hanno colto un atto d’accusa alla società tutta: prevaricatrice, insensata, occulta e invasiva che  annulla  la persona  impedendone una  reale libertà.

C’è stato qualche lettore che nei corridoi dall’aria pesante  ha potuto  respirare  solo richiudendo  le pagine del libro e chi invece  con piacere segue il cervellotico enigma che l’autore ci offre.

Trai lettori alcune esperienze personali in Tribunale danno conferma che   l’impersonale Legge fissa e rigida nell’assolutezza di principio a volte non da modo al   diramarsi della Giustizia, quella della ragionevolezza e del  buon senso. Qualcuno ha avvertito timore per  l’imprevedibilità  di cose che dall’esterno e con parvenza di diritto -casi di omonimia- possono irrompere improvvise e violente nella propria vita. Altri notano nel romanzo una visione ristretta e parziale del genere femminile, pur se in questo scritto alcune si considerino influenti –Josef K. pensa infatti di ricorrere al loro aiuto nel Processo. Sono oggetti sessuali, ti danno piacere, ma sanno anche far dono ‘non gratuito’ della loro sessualità oppure  sono bambine incommensurabilmente dispettose e petulanti.  C’è poi chi coglie, dal comportamento del bastonatore e dello stesso Josef K. nell’episodio  dello sgabuzzino, in quel muoversi confuso e contraddittorio, un collegamento con l’autore. Conseguenza di un’educazione paterna autoritaria che si lega poi l’ebraismo sofferto  di Kafka,  in cui la colpa  originaria del nato  non ha nessun Cristo Salvatore  che la purifica. Altro apporto viene dal suggerire che l’autore  si è nutrito e ha respirato  in  un periodo storico e letterario non più influenzato dal  pensiero positivista. Altri ritengono importantissimo il dialogo, dentro il buio e freddo Duomo, tra il confessore del carcere del Tribunale e  Josef K. e, nella parabola del contadino e del custode, davanti alla porta della Legge la cui profondità è resa talmente arzigogolata  e contraddittorio che  difficile  è giungerne  a chiarezza.. E ancora qualcuno osserva – nella  vittima  Josef K. –  anche un  distacco empatico dagli altri, una solitudine anaffettiva, uno sforzo su di se per mantenere un’immagine  formalmente corretta per gli altri. ma anche per se stesso che lo convinca  di una sua correttezza essenziale. Ora, accolti  i nostri input e  rammentando l’influenza perniciosa assorbita della  relazione paterna, aggiungendovi  l’importanza che ha avuto il  suo  fisico malato abitato da una fragilità emotiva,  proveremo umilmente a  ricomporre il tutto in una riassuntiva  sicuramente manchevole “opinione”.

 

L’Opera   racconta di una  Legge necessaria “originaria” benché non giusta, di un reato che nemmeno i membri del  ramificato piramidale Tribunale  conoscono,  ma  di cui se ne persegue la colpa anche se non individualmente accertata.   In tutti c’è colpa pur se si proclamano innocenti. Un uomo, Josef.K,  è  accusato e difende la sua innocenza  con parole di logica,  ma la pressione progressiva, invasiva  di  questo Tribunale nebuloso,  del non senso lo porta lentamente all’ossessione. Cerca una  difesa che possa salvarlo   da un capo  d’accusa che non conoscerà mai ma che gli fa sentire addosso una colpa astratta   portatrice di una vita sospesa. Non   regge s si abbandona dunque  alla sentenza di morte. Vi è poi la preziosa parabola  del custode guardiano   della porta “personale”  della Legge e del contadino che vuole entravi ma ne aspetta il permesso o tenta deboli tentativi di corruzione  a un guardiano incorruttibile. Pazienza e logica  in quell’uomo che non tenta mai la forzatura fisica che la passione alimenta e ingrandisce.

C’è qualcosa  in tutto questo che può essere connesso con la vita tormentata del Nostro  autore? Un  uomo del Novecento in cui comincia a respirare il vuoto e l’incomunicabilità, è ebreo  e pure  se  scrive  “io non sono colpevole Come possibile che l’uomo sia colpevole Siamo tutti uomini“, è attratto dalla colpa ,vissuto  nella “magica Praga“, nutrito dall’immaginaria cultura tedesca. E’ un visionario che nel il buio della  notte   libera le sue  catene. Lui si definisce bruttissimo,per quel suo fisico malato  e  magrissimo; il  padre è totalmente incapace  ad accettare la natura del figlio.  Questa incomprensione autoritaria esercitata fin da quando era bimbo porterà progressivamente  Kafka  alle sue ossessioni  e a quel chiudersi in se stesso nella notte amica della sua scrittura  dove le emozioni, se pur allegoricamente, prendendo  forma  si esprimono.  Kafka ha vissuto costantemente  un doppio conflitto: in primis  con il padre – non è diventato l’uomo forte e socialmente rilevante che il padre voleva – e poi  con  se stesso – non ha mai avuto la determinazione per  essere e vivere  la vita che desiderava.  Doppio fallimento, delusione,   quindi   colpa  …vergogna.

Pensiamo  che molto della vita tormentata di Kafka derivi dalla mancanza d’amore, tutto l’amore incondizionato e necessario  che permette ad ogni bambino che cresce di sviluppare quella forza fiduciosa che apre agli altri e al mondo.

Autore

Frank Kafka è uno scrittore boemo di lingua tedesca. Figlio di un agiato commerciante ebreo, ebbe col padre un rapporto tormentoso, documentato nella drammatica “Lettera al padre” (1919). Il fidanzamento con Felice Bauer, interrotto, ripreso, poi definitivamente sciolto, la relazione con Dora Dymant, con cui convisse dal 1923, testimoniano l’angosciata ricerca di una stabilità sentimentale che non fu mai raggiunta. Intraprese lo studio della Giurisprudenza, si laureò nel 1906 e si impiegò in una compagnia di assicurazioni. Malato di tubercolosi, soggiornò per cure a Riva del Garda (1910-12), poi a Merano (1920) e, da ultimo, nel sanatorio di Kierling, presso Vienna, dove morì.
Praga era, ai tempi, un vivace centro culturale e particolarmente viva era la presenza della cultura ebraica. Kafka strinse amicizia con Franz Werfel e Max Brod, partecipando alla vita letteraria della città. Nel 1913 esordì con una racconta di brevi prose, “Meditazione”. Nel 1916 pubblicò il suo racconto più celebre “La metamorfosi”, storia allucinante di un uomo che, risvegliandosi il mattino nel suo letto, si trova trasformato in un enorme scarafaggio e deve subire, fino alla morte, tutte le umiliazioni della nuova, degradante esistenza. Il 1916 è l’anno di “La condanna”, seguono poi “Nella colonia penale” (1919), “Il medico di campagna” (1919), “La costruzione della muraglia cinese” e tre romanzi incompiuti: “America” (1924), “Il processo” (1924) e “Il castello” (1926).
Motivo fondamentale dell’opera di Kafka è quello della colpa e della condanna. I suoi personaggi, colpiti improvvisamente dalla rivelazione di una colpa apparentemente sconosciuta, subiscono il giudizio di potenze oscure e invincibili, vengono per sempre esclusi da un’esistenza libera e felice.
Alcuni hanno scorto nell’opera kafkiana un significato religioso, interpretandola come un’allegoria dei rapporti tra l’uomo e la divinità inconoscibile; altri hanno ravvisato nei personaggi di Kafka l’immagine dell’uomo alienato dalla moderna civiltà industriale e condannato a una solitudine atroce.


Genere: romanzo

Le ricette della signora Tokue di Durian Sukegawa

05 Settembre 2019

Le ricette della signora Tokue - Durian Sukegawa - copertina

 

Le ricette della Signora Tokue di Durian Sukegava è un libro delicato,  pacato  e profondo, un libro bello, a tutto tondo. Lo stile semplice e colloquiale  mostra  tutto il garbo e la pudica  riservatezza  dell’anima  di una cultura antica  che noi, al lato di una comune umanità,  guardiamo con curioso  rispetto. Cultura che afferma l’attenzione e il rispetto all’altro confinando contemporaneamente l’interiorità in una solitudine paziente, talora autodistruttiva. Gli è compagna e sollievo la  natura  nella consonanza dei suoi regali di bellezza ed emozione   I pochi personaggi -estranei  in sintonia- sono destinati ad un  incontro nodale nella  loro vita:  un uomo depresso in “stallo”, una vecchina saggia dalle mani ricurve, una ragazzina che abita in una famiglia infelice e i ciliegi nella ciclicità delle stagioni. In una via commerciale, ingentilita dagli alberi di ciliegio,  c’è una piccola bottega Dorahami  ove si vendono  i tipici dolcetti  di pan di Spagna  farciti  con una confettura di an, i dorayaki. Gestita temporaneamente da Sentaro, un ex carcerato (un tempo aspirante scrittore), per ripagare un debito di denaro e di riconoscenza. Preparava lui i dorayaki, ma la  confettura di fagioli rossi azuki, cioè  l’an, era  industriale. Quest’uomo un giorno  assume una vecchina dalle mani deformate che con  gentile insistenza  chiede di poter lavorare lì, inizialmente lui, con tatto rifiuta, ma si convince ad accettare la proposta  dopo aver  assaggiato, per pura cortesia, il superlativo an da lei preparato. Comincia  così quella che diverrà molto  più di una semplice collaborazione  di lavoro. Intanto  le vendite aumentano,e  in lui un interesse  si accende mentre per lei  – pur seminascosta al pubblico-  una tenera felicità e per una ragazzina trascurata, parole. Poi  le chiacchiere  cattive su quelle mani e i clienti  diradano, la proprietaria  esige il licenziamento della signora Tokue, Sentaro non lo vuol fare , difende e tergiversa, ma lei comprende e se ne va.  Le vendite continueranno a  calare malgrado l’impegno e  l’insistenza  di Sentaro a resistere,  ora poi  la proprietaria vuole  trasformare  il Dorahami in un  Okonomiyaki che  venderà  cibo cotto alla piastra. Sentaro allora si  dimette tornando sfiduciato nuovamente all’alcool. Sì perché all’indifferente “pasticcere” di prima il   far bene  i dorayaki  è diventata quasi la  possibile  realizzazione di sé. Merito della signora Tokue, delle sue ricette, quella   cinquantennale paziente preparazione dell’an: lei ascolta, l’orecchio vicino ai fagioli che borbottano le loro storie, mentre lentamente mescola con attenzione affettuosa, una doppia operosità che darà la giusta corposa dolcezza all’an. Lei è un esempio: lei dalla sensibilità che penetra  le solitudini,  sente le insoddisfazioni  e  indica con garbo leggero-  sin dentro i sogni –  la  possibile fiducia in se stesso  per trovare la via. Perché lei, che ha attraversato  una sofferenza feroce e una vita circoscritta, ha un’anima allenata all’ascolto, un’anima  pulita ancora desiderosa di piccole cose  e capace di dare. Lo farà   tralasciando  il formale riserbo e  raccontando a Sentaro e alla ragazzina con l’uccellino,   venuti trovarla, la sua storia. Viveva in campagna e aveva quattordici anni quando con la bella camicetta bianca cucita in fretta dalla mamma, venne catapultata qui a Tokio  in questa a grande struttura, delimitata da un’invalicabile  siepe di agrifoglio.  Questo ex lebbrosario era all’epoca una  tremenda  e crudele prigione a vita: via la camicetta, solo paura,  sofferenza fisica e una solitudine assoluta e poi la voglia di morire. Eppure ha vissuto! A salvarla …la bellezza della natura, è cominciato contemplandola poi dal pensiero che  le nasceva  dentro:  tutto quello che le stava attorno e  la splendida luna  esistevano perché lei era lì a guardali  “volevo che tu mi guardassi” diceva la luna  e lei la sentiva , lei era  necessaria! Ecco i suoi occhi , tutto esisteva perché c’era il suo sguardo  a guardare. Poi  si sposò con un degente  e fu un matrimonio felice nonostante le forti  sofferenze fisiche di lui fino alla fine. Lei invece guarì ma da lui , che  era pasticcere,  ha imparato quest’arte, lavoravano assieme nel laboratorio di pasticceria  del lebbrosario  e  farlo  seriamente e con amore    ha dato scopo alla loro quotidianità. La signora Tokue faceva dolci “per nutrire tutte le persone che avevano accumulato lacrime” ( anche la mamma infelice  del bambino  Sentaro faceva dolci ed era per lui amore)  e poi  elargiva copiosamente   la sua  ricetta  sull’ascolto  – bisogna  dar ascolto, e parlare  a tutto quello che ci circonda, ci risponderanno ma molti non  ci hanno creduto. Gli anni  sono passati e tanti , la malattia è ufficialmente  debellata,  ma  i lebbrosari rimangono chiusi, fuori temono ancora. Solo dal  1991  quella siepe  si può  attraversare. Le paure continuarono e  molti rimasero lì,  ormai  erano dei vecchi  e i pochi  parenti rimasti non li vollero da loro, anche la sorella della signora Tokue. Lei è comunque felice , dopo cinquant’anni, d’oltrepassare quella siepe  ma il mondo  al di là e ormai   un paese sconosciuto. Ma  la signora Tokue  ha  dentro  voglia di parlare, in un angolino ci sono ancora i suoi  quattordici anni curiosi  , vuole  mescolarsi alla gente ed ecco quel piccolo locale dove delle ragazzine – com’era lei- si fermano ciarliere e golose a mangiare i dorayaki; a fermala, però sono  gli occhi di Sentaro sono  “i suoi occhi di un tempo” e lei sa fare un  magnifico  an. Eccola ora   seminascosta in una seggiola  dopo la fatica d’aver preparato l’an che ascolta , viene  anche la ragazzina infelice ecco i tre  si sono avvicinati. Purtroppo quelle mani non passarono inosservate  e la signora Tokue  si ritira   grata comunque per quella breve  esperienza di vita normale. Scriverà delle lettere non più formali, Sentaro invece si forzerà a   preparare  un an migliore, la ragazzina ricomparirà con un uccellino dall’ala malata che la signora Tokue aveva  promesso di tenere. Wakana e Sentaro sono andati   a trovarla e lui  sarà   incoraggiato  a  perseguire la creazione di dorayaki speciali,  diventare maestro in quell’arte  così da poter un giorno affermare convinto   “Questa è la mia vita”. Invece …il licenziamento e lo sconforto e i ciliegi che scandiscono il tempo, poi quel sogno e la  lettera della   vecchia  signora che chiede il permesso di liberare l’uccellino guarito -è duro per lei vedere qualcuno rinchiuso.

Sentaro decide  di andare  al lebbrosario accompagnato da Wakana ,che  porta come dono particolare alla  signora Tokue una  bella camicetta bianca,  per  lasciare l’uccellino libero di volare e a raccontarle quel sogno speciale in cui dall’incontro con una ragazzina  “che superava le barriere”   in camicetta bianca  e dei  petali di un ciliegio lontano “…un infuso di fiori di ciliegio lievemente salato, con un gradevole aroma floreale” è sortita l’ispirazione  per la  ricetta dei suoi personali i dorayaki perché “quei petali le erano entrati nel cuore“. Una tristissima notizia invece li attende  perché la signora Tokue è morta .   Una morte serena.viene loro riferito,  ha  lasciato  i suoi vissuti attrezzi di lavoro a Sentaro che sente come il figlio che gli è stato impedito avere e una lettera, una  ricetta sulla vita, perché questa un senso sempre ce l’ha. Il  mondo nasce dalle  percezioni “si deve vivere come poeti”  e anche l’incontro con i dorayaki ha un senso, bisogna ascoltare pazienti  –  anche se poi i fagioli non ti parlano- e avrai  delle risposte. A lei  una risposta è stata data  e ne è stata felice, lo riferisce l’amica che li ha informati  della sua morte; poco prima di morire gli alberi del boschetto le  hanno sussurrato “sei stata molto coraggiosa”. Si  questo le era stato riconosciuto e se anche –come suggerisce una lettrice – non fossero stati gli alberi,  ma un inconscio che parla e rende onore a una vita offesa ma affrontata  con grande dignità. Senza imbruttirsi,  sempre utile agli altri,  una forza  fiduciosa  capace di provare felicità  anche per quel poco di vita al di la di una siepe. Ecco, dunque,  il  probabile lieto fine: un nuovo inizio per Sentaro che aprirà un Dorahami e Wakana,  che per  pagarsi il proseguimento degli studi, l’aiuterà a preparare i suoi Dorayaki ai petali di ciliegio.

Ecco perché  si  vuole bene alla signora Tokue, alla sua forza tenace che si nutre di ascolto , alle bellezze del mondo che poi con umiltà elegante ridistribuisce con le mani ricurve che ritornano dolcezza, per il suo cuore sensibile e attento all’essere umano.

 

AUTORE

Durian Sukegawa, nome d’arte di Tetsuya Sukekawa, è nato a Tokyo nel 1962. Poeta, scrittore e clown, ha una laurea in Filosofia Orientale e una in Pasticceria, conseguita all’Università della Pasticceria del Giappone. Per Einaudi ha pubblicato Le ricette della signora Tokue (2018), il suo primo libro tradotto in italiano, da cui è stato tratto il film Le ricette della signora Toku, diretto da Naomi Kawase e presentato al Festival di Cannes nel 2015.


Genere: romanzo

Oliver Twist di Charles Dickens

01 Agosto 2019

Oliver Twist - Charles Dickens - copertina

A breve la recensione.

Autore

Charles John Huffam Dickens è stato uno scrittore, giornalista e reporter di viaggio britannico. Nacque a Portsmouth nel 1812 ma si trasferì ben presto a Londra dove visse fino alla sua morte, nel 1870. I nonni paterni erano stati domestici presso famiglie della nobiltà; il nonno materno, colpevole di appropriazione indebita, s’era sottratto all’arresto con la fuga. Nel 1824 il padre, un modesto impiegato con gusti e abitudini superiori alle sue possibilità, fu rinchiuso per debiti nelle carceri londinesi di Marshalsea e il piccolo Charles, interrotti gli studi, venne messo a lavorare per sei mesi in una fabbrica di lucido per scarpe. Questa precoce esperienza di miseria, umiliazione e abbandono (anche dopo la scarcerazione del padre, la madre aveva insistito perché Charles continuasse a lavorare) lo segnò in modo irreparabile. Dopo un’istruzione sommaria, lavorò come commesso in uno studio legale, poi come cronista parlamentare e collaboratore di giornali umoristici.

la tetra storia di un orfano, prima segregato in un ospizio di mendicanti e poi gettato nel mondo della malavita, tra ladri e prostitute venne pubblicato a puntate.

Venticinquenne, inizia la pubblicazione a puntate di Oliver Twist (1837-38), su una rivista. Uscirà come come romanzo nel 1838 e sarà un successo mondiale immediato . Sarà Dickens stesso a dare il via a un diverso uso del materiale del romanzo nelle sue tournée, che presenteranno rielaborazioni in forma quasi teatrale di scene ed episodi che, ritagliati dal contesto e dotati di una loro autonomia, suscitano un vero e proprio entusiasmo tra il pubblico. Incentrato sulle alterne fortune del piccolo Oliver, il libro è una sorta di racconto fiabesco che sa descrivere la multiformità del mondo grazie anche a una mobilissima visione sottolineata dal continuo gioco di piani, che allarga e restringe il campo tra personaggi, classi sociali, società nel suo insieme; tra paesaggi rurali, panorami urbani, vie cittadine, caseggiati, botteghe e abitazioni.


Genere: romanzo

L’arte di perdere di Alice Zeniter

04 Luglio 2019

L' arte di perdere - Alice Zeniter - copertina

A breve la recensione.

Autore

Alice Zeniter (1986), drammaturga e regista, ha studiato teatro a Parigi e insegnato francese in Ungheria. A soli sedici anni ha pubblicato il suo primo romanzo. In Italia sono apparsi Indovina con chi mi sposo (E/O, 2011) e L’arte di perdere (Einaudi, 2018), vincitore del Prix Goncourt des Lycéens nel 2017, sua quarta prova narrativa.


Genere: romanzo

Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest

02 Maggio 2019

Tutti i bambini tranne uno - Philippe Forest - copertina

 

Pensavamo di trasmettere la vita che avevamo ricevuto ed è la morte che abbiamo dato”. Philippe Forest ha scritto “Tutti i bambini tranne uno”, libro delicato, dall’impatto forte, abitato da grandissimo amore e una realtà dolorosissima che una favola cerca di lenire. Una  lettura difficile a molti lettori poiché risveglia sofferenze  patite.  La storia – ed è la sua storia-  racconta di un uomo colto, un  giovane padre senza fede nell’aldilà,  che scrive nella notte per attirare  l’ombra di sua figlia Pauline, per  averla  ancora vicina, così la trasforma in “un essere di carta” . Lui è  capace di affermare che “il lungo anno in cui morì nostra figlia  fu il più bello della mia vita”  è da Pauline  che ha imparato cosa significhi amore infatti afferma “la mia vita in questo tenero incubo è stata generata di nuovo” perché si è anche figli dei propri figli  e  prima la sua era “una vita smemorata”.  Un anno pregno di dolore, speranze e amore,  dove “il tempo acquista la dimensione dell’istante vissuto” ormai  sa che “il Due  è il principio della fine”. Pauline è una splendida,  amata bimba di tre anni che vive serena in una bella famiglia… poi quel dolore al braccio, la “pallina”, stravolge tutto. Un cancro  rarissimo e le metastasi, dopo un anno coraggiosamente vissuto, uccidono questa  bimba speciale, allevata con attenta premura in un ambiente colto che le dona amore, educazione e verità commisurate magistralmente alla sua età, permettendole  così di cimentarsi  fiduciosa di sé e degli altri anche nell’anno che le  racchiude la vita.

Tutti i bambini tranne uno crescono”, scrisse James Barrie ed è così che lei entrerà nella storia di Peter Pan quella che alla sua potrà dare un senso. Pauline, forte ed intelligente, coglie le sfumature e rassicura – sente il dispiacere di papà quando camminano per strada e le persone curiose la fissano con insistenza, è calva e non se ne cura, non vuole mettere il  berretto, salvo poi andare a leggere  al suo papa  la favola della zebra dalle righe sbagliate che  prima era triste, ma poi divenne  orgogliosa della sua diversità. Ed è anche la tenera  bambina che applaudiamo, unendoci al suo pubblico speciale, quando, esile e leggiadra figurina in  tutù di cotonina bianca ringrazia con un braccio solo  dal palcoscenico bianco del  suo materasso. Ma c’è anche tanta allegria, vita e relazioni d’amore in questo faticoso ricordare ma anche irrefrenabile commozione  nell’ascoltare il tragico e delicato commiato  di   quel papa che non crede,  ma le sussurra all’orecchio  di addormentarsi, alzarsi in volo e guardare la “seconda stella  …poi dritto fino al mattino” andando verso l’amata Isola che non c’è. Un padre  in un’ inconsolabile desolazione  nel momento della fine, la coscienza  smette di essere  e questo crea un bianco, dove tutto si cancella. Ecco perché tanto  bianco troviamo in quest’opera: il bianco  della neve che tutto ricopre annullando i confini,… il nulla, “il bianco è il colore nel quale vengono seppelliti i bambini morti”. Lui , lavorando  con la favola di Peter Pan, ha fatto  vivere ed accettare a Pauline la vita vera, fatta di un tutto mescolato che le schermaglie tra  Capitan Uncino e Peter Pan metaforicamente ben rappresentano, e  poi i bimbi smarriti, se chiudono gli occhi prima di addormentarsi,  in quell’Isola che non c’è  ci vanno ben volentieri.

Lui, invece, cerca tra la sua letteratura traccia di altri padri resi “folli” dalla morte di un figlio, convinto che è nell’esperienza di questo attimo straziante  che la verità si incontra e si mostra, e che anche  “nel romanzo la verità abita nell’attimo in cui la si incontra”. Un romanzo può essere  una incisione nel legno del tempo .. ma poi si perde ogni traccia …tranne  per colui che  si ostina a ritrovare le parole di ciò che fu la sua vita…ma i libri si scrivono al futuro anteriore perché dicono di qualcosa che è passato. E allora qualche lettore si è chiesto perché mai  (un ateo?)  porti Pauline in chiesa, accenda il cero e quando la bimba è in fin di vita, la faccia battezzare… e cosa ci fa un prete vicino alla sua tomba? Forse è un padre  che non sa, la fede  non la si può conoscere,  si sa accettandola. Lui fa tutto il possibile  per la propria creatura ,ma la realtà resta  in  quell’assurda  morte di bimba.

Nel  dibattito  una lettrice fa notare l’assenza di altri familiari,  mentre lei rammenta che in un momento difficile ha tratto sostegno e conforto dalla loro  vicinanza.. Loro erano soli,  sembra sia una loro scelta, si nota solo un gruppo  coeso,  possessore di una forza amorosa  bastevole  per vivere  una vita appartata  pure nella sofferenza , un gruppo capace però di godere consapevolmente di tutte le piccole gioie  che ancora contiene. Sentivano poi quel  disagio reciproco che una malattia grave provoca nelle persone, trasformandone la primaria sollecitudine in imbarazzata lontananza. S’è dibattuta e confrontata nel gruppo la diversità  nei nostri Paesi, tra le   istituzioni e le prassi che  riguardano il mondo del malato.  Un’altra osservazione: in questo raccontare il papà è troppo protagonista, la mamma sembra assente, non ha quasi parola; altri dissentono, la mamma c’era sempre e solo che in questo libro è il papa a  raccontare di sé. Invece alcune affermazioni dell’autore, inerenti sempre la malattia e il malato, ci hanno fatto riflettere: infatti, comunemente si dice al malato che deve combattere la sua malattia, ma è un altro punto di vista quello che c’è suggerito: non c’è una battaglia perché il male non è fuori ma dentro di noi, altrimenti se sconfitti  risulteremmo colpevoli. Ma chi  è colpevole per la morte innocente di un bimbo? E ancora spesso diciamo d’un malato senza speranza “sarebbe meglio finisse di soffrire,  ma quel malato  ha trovato troppo lunga la malattia? I genitori di Pauline avrebbero protratto di istante in istante quella morte“ perché non tutte le malattie mortali comportano la “demolizione del corpo e dello spirito” e  loro si auguravano “che non finisse mai la sua vita”…

E’ stata  molto coinvolgente la lettura di questo libro per molti  di noi, tanti sono stati vicini alla sofferenza  in ospedale  e…  inoltre, sorprende e commuove  ancor più una lettrice, una mamma,  che ci ha  fatto dono di un ricordo dolcissimo e tragicamente doloroso, anche lei aveva lasciato il suo bimbo- come Pauline- tra le note di un carillon..la ninnananna.

Ma vogliamo comunque lasciarci con una nota serena portata da chi aveva a proposto questo libro. Grazie a questo testo è riuscita a  ritrovare ricordi  di  momenti felici della giovane mamma che è stata, riconoscendo aspetti anche  della sua vita in quella educazione  gioiosa e oculata  fatta di favole, cose belle e intelligenza, che quei genitori erano riusciti a dare  con amore a Pauline.

AUTORE

Philippe Forest, (Parigi 1962) scrittore francese. Critico letterario e cinematografico, è autore di saggi sulla letteratura contemporanea (Storia di Tel Quel, Histoire de Tel Quel, 1995, nt) e di romanzi (Tutti i bambini tranne uno, L’enfant éternel, 1997; Per tutta la notte, Toute la nuit, 1999; Sarinagara, 2004; L’amore nuovo, Le nouvel amour, 2007; Il secolo delle nuvole, Le siècle des nuages, 2010) concepiti come strumenti di analisi autobiografica e di indagine di contesti culturali complessi. Nelle opere critiche più recenti ha indagato la relazione tra genere romanzesco e realtà: Il romanzo, il reale. Un romanzo è ancora possibile? (Le roman, le réel. Un roman est-il encore possibile?, 1999), Il romanzo, l’io. (Le roman, le Je, 2001), Il gatto di Schrödinger (Le chat de Schrödinger, 2013). Ha vinto il Premio letterario internazionale Ceppo Pistoia.


Genere: romanzo